La mia fede nella Madonnina

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di Letizia Federici

Questa è la settimana delle passioni e dei colpi di fulmine. Alessandra con la Panna Cotta per il suo Lorenzo, Silvia con la sua dedizione per lo zafferano, Dorina per il succo della pesca Saturnia e Donatella, che intrattiene da anni una relazione con le sue apiNon avevamo programmato fosse così. Ogni tanto ci piace dare un tema alla settimana e creare così un puzzle dei nostri diversi punti di vista sul medesimo argomento, ma stavolta è stato un vento spontaneo a trascinarci. Si vede che l’autunno risveglia i sensi delle Marchese come una seconda e paradossale primavera. E forse non è un caso se proprio questa settimana avevo in programma una cena di piacere e lavoro proprio da lui, Moreno Cedroni.

Colui che mi ha, volente o nolente, traghettato nel mondo della gastronomia di un certo livello, che mi ha fatto scoprire sapori che 10 anni fa non erano così comuni nelle sale dei ristoranti. Che mi ha spinto a delineare un mio gusto e una mia critica tutta personale. Che mi ha incuriosita e che mi ha fatto sbirciare in cucina. Che mi ha permesso di conoscere la persona che risiede dietro al genio. Che mi ha fatto divertire. Che mi ha insegnato a mangiare con il cucchiaio in un mondo di “forchettari” e che per la prima volta mi ha fatto sorridere con un semplice sugo al pomodoro, nascondendoci dentro una marmellata di aceto balsamico.

E questa è la mia storia, una storia di fede e fedeltà verso una Madonnina. Quella del Pescatore a Marzocca di Senigallia.

Correva l’anno 2005 quando per la prima volta mi capitò di assaggiare un suo piatto durante un evento, ma fu solo nel 2008 che decisi di intervistarlo. Era l’anno in cui avevo chiesto la tesi a conclusione della mia laurea specialistica. Il cibo era sempre stato il motore dei miei sogni e della mia mondanità. Tutto è sempre ruotato intorno al cibo nella mia vita, nel bene e nel male, per goliardia o diete, per scelta o per forza. Quindi decisi che il Food Design sarebbe stato protagonista del mio “show” finale ed era un tema sfidante perché, come tutti sappiamo, ora che c’è Masterchef siamo tutti gastronomi e maestri di impiattamenti, ma allora non c’erano molti input, se non riviste di settore, associazioni più o meno corpose e testi in lingua, per lo più fotografici.

Perciò decisi che Moreno e il suo studio del gusto applicato alla forma, il suo estro e le diverse proposte di ristorazione sarebbero stati la mia fonte.
Un innato desiderio di ritorno alle origini marchigiane era già presente, sebbene la mia indole girovaga non fosse ancora pronta ad ammetterlo. Io timida non sono mai stata. Ma guardo con tenerezza a quella 25 enne che, per la prima volta a cena alla Madonnina, con la speranza di parlare con Moreno, imboccava il corridoio di entrata, in bilico sul primo vero paio di tacchi.

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Del resto ero un bloc notes intonso, nessuno mi aveva insegnato un codice per dialogare con i Grandi e lui per me era questo, una due stelle Michelin, irraggiungibile agli occhi di una studentessa. Se quella sera mi avessero detto che saremmo diventati amici, mi sarei messa a ridere.

Accompagnata dai fedeli compagni di degustazione, mia sorella e mio cognato, ero pronta al primo vero menu 100% arte. Sono poche le mostre e i musei in cui tornerei anche solo per la seconda volta. E non mi è mai successo di andare al cinema a rivedere un film (no, neanche Titanic, film che per la cronaca ho detestato dal primo minuto). Ma davanti al suo menu mi sono incantata e stupita. E continuo a stupirmi tuttora.

Poi c’è stata la parentesi in cui Moreno stava aprendo il Clandestino a Milano, un’esperienza temporanea nella grande città che ha coinciso con il mio primo anno di lavoro “adulto”, con uno stipendio vero e la frenesia delle notti meneghine. Capitava che Moreno mi facesse sbirciare i lavori in corso e assistere ad una preparazione, in quella mezz’ora tra la fine del mio lavoro e l’inizio del suo. Che passassi di là anche solo per un ciao, mentre attraverso il vetro vedevo il fermento. Alla fine è capitato che mi affezionassi a chi c’era dietro il piatto. Un eterno bambino che sa giocare in grande. 

Non sono ne sarò mai una critica gastronomica con la maiuscola, e neppure la vorrei, una cattedra così. Per me, la parte emotiva e affettiva coprono sempre i sapori razionali e se si esige un giudizio il più possibile oggettivo, bisogna rispettare dei parametri. Beh io non ce la faccio e con Moreno, che in un certo senso mi ha cresciuta, meno che meno. Dicono che funzioni così quando si parla di fede. 

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Perciò ecco alcune immagini e suggestioni della cena di ieri, fino a notte fonda perchè poi le chiacchiere non sono mai abbastanza e il sapore richiede tempo. Una serata con Grazia, Luca e le sue 4-chette, il nostro tavolo allegro al centro della sala, così da poter buttare un occhio alla cucina da un lato e al mare ventoso dall’altra.

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E il momento più bello è stato quando, terminati quasi tutti gli altri tavoli, è arrivato Moreno a chiederci quanto spazio avessimo per i dessert… chi dice che dai ristoranti di alta cucina non si esce sazi, credo dovrebbe cenare un po’ più spesso con me! Ma una nota dolce ci voleva, specie se a scegliere per te è lo chef. A me è toccato lo Strudel di fichi neri, centrifugato di fichi verdi, gelato al latte di soia e balsamico… deve averglielo detto qualcuno che negli ultimi tempi nutro una passione smodata per il profumo della foglia di fico. Le annuso, compro shampoo e creme che ne contengano l’essenza e mi ci immergerei tutti i giorni. Eh si, deve averglielo detto un uccellino oppure l’avrà capito da solo. Io credo in questo tipo di sensibilità, del resto ognuno ha la religione che si sceglie.

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