La storica Cantina Quaresima e i suoi eterni ragazzi in vigna

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Sono stati miei fedeli alleati durante la Festa dell’Uva di quest’anno, sarà un po’ per la vicinanza dello stand al portone di casa Federici, un po’ per il sorriso coinvolgente di chi pensa “Mi sembra di conoscerti ma non sono sicuro, nel dubbio saluto… e pure due volte”, un po’ perché la loro bollicina ha saputo intervallare ore di agonismo a suon di Verdicchi ruspanti, che solo una buona percentuale di sangue cuprense riesce a sostenere.
Se sono viva e vegeta, insomma, lo devo anche un po’ a Fabrizio Quaresima, volto scanzonato di un eterno ragazzo innamorato delle poesie in vigna, fedele alle storie di casa, di quelle contadine e sincere.

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Alla luce di quello che ci siamo poi raccontati, non mi stupisce questo profondo legame e la bella atmosfera subito respirata, al di là degli scontrini che il mio corposo gruppo di allegrissimi amici gli ha permesso di battere alla cassa, quella sera.
Avevo la sensazione che ci fosse qualcosa sotto, in effetti. Va bene il conoscersi di vista tipico dei borghi, vero anche che la Festa tira fuori il meglio di noi autoctoni, ma era come se ci conoscessimo meglio del previsto.
E in effetti…

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Non saprei dire l’anno che correva, non saprei ripetere precisamente le parole di Fabrizio mentre poche sere fa, seduti vicino al camino della sua cantina, mi raccontava di noi.
La penna, di solito così agile sul mio inseparabile quaderno, si rifiutava di scrivere, incuriosita anche lei dall’entusiasmo e dalla passione con cui Fabrizio ricordava il legame storico tra i Quaresima e i Federici.

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Tra le cantine più antiche del circondario, questa famiglia ha una storia da fare invidia ai colossi, che dura da centinaia di anni e che nessun membro si azzarderebbe mai a disperdere. Vi lascio indovinare, quindi, quali fossero, tra tutti i signorotti di campagna, i clienti migliori di questa cantina.
Vi lascio indovinare il mio stupore nel sentire storie di un albero genealogico che dovrei conoscere meglio, ascoltare il rispetto reciproco che queste famiglie molto vicine hanno sempre mantenuto.
E sono cose belle.
Il loro è un podere che ospita ancora le vecchie strutture storiche, ormai reperto affascinante ma poco funzionale, ecco perché il lavoro sodo e pratico viene ora svolto in un locale più nuovo, dove non c’è nulla di patinato, nulla di lucido, un campo di battaglia di quelli dei nostri nonni, senza raffinatezze da turisti o luoghi comuni per tour guidati.
Le vecchie botti a farla da padrone, riposano principesche nella sala, come unico fronzolo, se così si può definire, a testimoniare il loro passato contributo, a supervisionare che tutto quadri come una volta.

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E se si parla di leggende, ecco che di lato, rannicchiate accanto alla protezione delle botti, le antiche bottiglie incastonate un po’ in disparte, ma solo per timidezza non certo per mancato valore.
Nessuno dei Quaresima si azzarda ad aprirle e farle analizzare perché, dice Fabrizio, finirebbe la magia, non immaginerebbero più il bisnonno che le traghettava in carretto verso il Vaticano, aprendone magari una per sollevare le fatiche del viaggio; si vedrebbero solo numeri e teoremi, che non sono di certo l’essenza di un vino.

D’altra parte, buon sangue non mente.
Il nonno Lello era detto l’Alchimista, per la sua famosa ricetta segreta del vino aromatizzato alla Visciola; Lello che incantava i visitatori a suon di bicchieri e ballate di fisarmonica, che parlava della vita dopo la guerra con la gioia di chi se l’è vista brutta ma la può raccontare.
E Fabrizio, diciamolo, è sulla buona strada.

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Ecco perché, in questo caso, più che parlare di degustazione si dovrebbe dire che ho assaggiato il lavoro di anni, vite e sentimento. E, conoscendomi dovreste saperlo, bando ai tecnicismi e vi invito ad andare direttamente a bere in cantina.
Perché?

Innanzitutto il loro enologo si chiama Sergio Paolucci, di cui si fidano perché crea il vino ascoltando cosa il territorio gli sussurra, cosa gli impone o suggerisce.
Racconta la storia del luogo attraverso un delicato equilibrio tra studio di terroir, gusto, emozione e chimica.
Se per voi questo non è già un buon motivo possiamo aggiungere altri perché.

Perché il Ver’ diBolle è il crup in bolla, è il loro Filello in versione effervescente, beverino, rinfrancante, facile ma non banale.
Perché il Filello sprigiona fiori dal calice, è giallo paglierino, allegro, ideale con i nostri tradizionali primi ai sughi bianchi, pesce e ruspantissimi crostini con salsiccia. Un vino croccante, giovanile, un buon punto di partenza per la scalata verso i Superiori.
Perché il Morella è il Verdicchio con la maiuscola, un vino scanzonato e prepotente, che fa appoggiare i gomiti anche ai più spavaldi bevitori perché strizza l’occhio con la sua piacevolezza ma incastra con una gradazione da gran finale. Amabile come pochi vini dal DNA Cuprense, sincero, mai ruvido. Nessun problema per il mal di testa del giorno dopo, vista la bassissima percentuale di solforosa… basta solo tornare a casa su due zampe.

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E ridiamo, io Fabrizio e Maurizio, nostro fedele socio a caccia di avventure enogastronomiche, perché è bello parlare di vino senza troppe sovrastrutture, rispettando il lavoro e le competenze di ogni ingranaggio ma lasciando tanto spazio alla leggerezza cosciente, ai sensi che si svegliano.
Lascio a voi, insomma, il resto degli assaggi e spero che possiate stringere la mano, oltre che al mio amico Fabrizio, a papà e zio Quaresima, degli eterni ragazzi in vigna, custodi di una potatura maniacale e piena di passione

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