La zuppa arquatana di Molino Petrucci

Arquata del Tronto è uno dei luoghi a cui siamo più legate nel Marchesato.
Il profondo abbraccio che ci ha accolto a dicembre è uno dei simboli di forza e caparbietà che ci piace ricordare.
Continueremo a parlarvene nei prossimi articoli, delle evoluzioni del post terremoto ma anche dei simboli di un luogo che è importante mantenere vivi nella memoria.

Oggi però ci spostiamo di pochissimo e andiamo a Trisungo, frazione di Arquata, posizionata sulla riva destra del fiume Tronto.
Non vogliamo ancora raccontarvi la storia di Molino Petrucci; per quella dovrete attendere ancora un pochino.
Ma dal Molino oggi arriva un carico di energia grazie a uno dei suoi prodotti di punta: la zuppa arquatana

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Re Norcino – San Ginesio

La prima volta che abbiamo lavorato insieme a Re Norcino è stato in occasione del battesimo delle Marchese nel Gusto; proprio a casa, nelle Marche.
Quello che vedete in foto era il concetto che volevamo trasmettere: il cibo è piacere, divertimento, convivialità; qualcosa da prendere con le mani, sporcandosi per il gusto di leccarsi poi le dita.
Qualcosa che trasmettesse il senso di appartenenza a un luogo già dal profumo che emana dallo scartoccino, infilato insieme alla spesa del giorno.

Ecco perché ora, a Milano, ci siamo prese a cuore “i nostri amici norcini” con il desiderio di tendere la mano in questo momento complicato che no, non è ancora passato.

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Azienda vinicola Coppacchioli – Cupi di Visso

Non smetteremmo mai di raccontarlo, il vino pecorino.
Diversi sono stati gli articoli sul nostro sito e diversi i risultati in bottiglia con un comune denominatore: la freschezza.
Eccolo di nuovo, il nostro principe azzurro dei territori tra Ascoli e Macerata, con la sua tenacia e l’attaccamento alle radici.
Un vino coraggioso, quasi dimenticato e ora orgoglio della terra che dall’Adriatico va ad abbracciare i Sibillini.

Oggi vi parliamo di chi, il vino pecorino, lo produce a 1000 metri di altezza a Cupi di Visso (il vino pecorino più alto delle Marche).
3 lettere racchiudono il simbolo dell’azienda vinicola Coppacchioli: GLG ossia Gaia, Lucio e Ginevra, ultima generazione di una famiglia legata al territorio e alle tradizioni che ha deciso di riscoprire una viticoltura eroica e recuperare le vecchie viti ancora esistenti, lasciarle modellare dalle stagioni, protette dai venti freddi di montagna, consegnando poi il Primodicupi alla nostra tavola in una elegante bottiglia fregiata dal bassorilievo del santuario di Macereto “Offerta dell’Uva”

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Paccheri con ragu bianco

Paccheri al ragù biancoLa neve di questi giorni ha coperto ogni cosa, rendendo tutto decisamente soffice e permettendoci morbide indulgenze a causa del cattivo tempo: via libera a camini, cioccolate calde, libri e candele con un sottofondo jazz.

Al di là dei disguidi che la neve ha portato, dobbiamo ammettere che quella coltre perfetta è come la coperta di Linus, come un piatto comodo da cucinare.
Allora iniziamo la settimana proprio con un comfort food del Marchesato: paccheri con ragù bianco.
Da preparare sempre in dosi generose e da accompagnare ad altrettanti calici consistenti.

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Borghetti Colada

di Dorina Palombi

Caffè Boghetti

Quando torno nelle Marche il tempo si ferma. Anzi no! Torna addirittura indietro.
Riprendo il respiro regolare, il passo calmo, mi godo la bellezza sincera di ogni paesaggio e della vita che scorre morbida.
Tornare nelle Marche significa tornare bambina, soprattutto ora che l’estate ha ingranato a pieno regime.
Mi godo le emozioni vintage dei piccoli borghi e dei paesaggi marittimi.
E allora, dal treno, mi Immagino la costa adriatica qualche estate fa.

Mi immagino Elvis canticchiare dalla radio insieme al Quartetto Cetra che, meglio di Teorema, metteva in guardia le giovani fanciulle dai baci dati a mezzanotte sotto lune galeotte.
Immagino la rotonda a mare e il nostro disco che suona..
Immagino gli chalet pieni di sogni e cotte leggere.
E poi, soprattutto immagino il cibo.

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Tagliatelle al Farro, con Fave in Porchetta, su crema di formaggio fuso: #‎labellezzaintavola‬ secondo Letizia

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A volte le ricette nascono nei momenti più impensati. Di solito mi succede quando apro il frigo e devo inventarmi qualcosa al volo, altre quando assaggio le proposte degli chef , a volte quando occorre alleggerire i piatti della tradizione. Questa l’ho pensata mentre Giammarco mi faceva lo shampoo e decantavamo le lodi dei prodotti Davines, naturali e sostenibili, alleati imprescindibili per la cura dei miei biondi.

Davines mi ha definitivamente catturata quando ho scoperto che una linea dei loro prodotti, per me tra le più efficaci, utilizza come materia prima alcuni prodotti Italiani tutelati da Slowfood, dai semi di Lenticchia di Villalba, all’oliva Minuta di Sicilia, fino alla Mandorla di Noto.

Qui, ricordo di aver pensato, si parla di salvaguardia del territorio e cura dei capelli, due cose che in genere bistrattiamo parecchio.

Tornando a noi, le Fave in Porchetta sono parte della tradizione culinaria marchigiana, appaiono sulle tavole in primavera per salutarci con il caldo dell’estate: la proposta ideale per partecipare a #davineslabellezzaintavola, offrendo una variante “primo piatto”, veloce e gustosa.

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Per le fave:
Di solito ne faccio sempre in abbondanza, considerato poi che sono le ultime della stagione, ne ho sgranate una quarantina per poi congelare quelle avanzate e potermele godere anche tra qualche giorno. Per cui, nel mio caso, ho fatto soffriggere quattro spicchi d’aglio, ma ne può bastare uno se cucinate una porzione per due. Appena rosolato, versate le fave condite con il finocchietto selvatico, aroma obbligatorio per questo tipo di ricetta. Dopo tre o quattro minuti, abbassate la fiamma, togliete l’aglio, regolate il sale e il pepe e lasciare andare per un’altra decina. Per completare, una spruzzata di vino bianco a fiamma alta e il gioco è fatto.

Per la crema:
Ho scelto il formaggio svizzero per la raclette, facile da fondere, ma va benissimo anche un pecorino fresco… anzi, fave e pecorino sono uno degli abbinamenti da pic-nic del Primo Maggio che più preferisco. Scaldate il latte e, prima che sobbollisca, aggiungete il formaggio tagliato a dadini. Non sono bravissima a raccontare le dosi esatte, lavoro molto “a occhio”, tendenzialmente preferisco iniziare con poco latte per evitare che il tutto risulti troppo liquido. Sempre meglio poco che troppo, si aggiusta tutto molto più facilmente. Lasciate che il formaggio fonda, lavorando il composto con la frusta o, in alternativa, con un mestolo di legno. Infine aggiungete il pepe, quando vedete che la crema ha raggiunto la densità desiderata. All’occorrenza, per restringere, usate un po’ di fecola di patate setacciata. Servono pochi minuti, al massimo 10/15, anche qui in base alle quantità.

Davineslabellezzaintavola_LeMarchesedelGusto

Cuocete le tagliatelle al farro e saltate allegramente tutto insieme, pasta, fave e crema. Se invece si vuole presentare il piatto vestito a festa, basterà adagiare un paio di cucchiai di crema sul fondo del piatto, per poi arrotolare sopra la nostra tagliatella con la fava. Il tocco in più? Un’idea di finocchietto a crudo al lato del piatto.

Mise en place: Le Maioliche by Tablecloths

Le Marche a braccia aperte: FILODIVINO

di Letizia Federici

Le Marche sono quel territorio ancora un po’ incompreso, fatto di accoglienza discreta, di eccellenze racchiuse in cantina, di sapori contrastanti dai gustosi abbinamenti. Sono il territorio del mare cristallino e delle spiagge gonfie di ombrelloni, delle colline dolci e poi ispide e rocciose, che portano in montagna; dei laghi ghiacciati e dei caldi campi di grano, dei profumi che accolgono senza invadere l’intimità dei sensi.

Come ogni bellezza, non può che essere ricca di contrasto, sfaccettata e in parte misteriosa.

Abbiamo sempre detto, nel Marchesato, che la differenza arricchisce e permette di scoprire anche nuovi lati del quotidiano… e non parliamo semplicemente di paesaggio.

Credits: Fotogenia
Credits: Fotogenia

Con l’articolo di oggi vogliamo raccontare una realtà a tutti gli effetti marchigiana, plasmata dalle menti creative di quattro soci che, fino qualche anno fa, poco avevano a che fare con la nostra regione. Loro si chiamano Alberto, Gian Mario, Francesco e Paolo, si sono conosciuti in tempi non sospetti lavorando per la stessa azienda nel milanese, che produceva un filo. Si sono trovati, insieme hanno creato un management giovane e brillante, intraprendente e sognatore. Hanno superato diverse battaglie facendo squadra, sono diventati amici veri e si sono scoperti appassionati amatori di vino.

Credits: DauiHappyDrawing per Filodivino
Credits: DauiHappyDrawing
per Filodivino

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