Birra Lancetta. Sambenedettese doc

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Il profumo della battigia all’alba.
Il viso “schiaffeggiato” dal vento.
La pelle salata ad ogni bacio.
La tavola ricca di fritture e pesci al forno, risultato delle barche dei pescatori di ritorno da un mare generoso.
E poi, soprattutto, i tramonti, la musica, gli amici, le risate davanti a una buona bottiglia di birra.

Perché d’estate tutto è più semplice.
Anche ora che settembre è iniziato e le giornate hanno ripreso la loro routine, basta lo scoccare delle 18 per abbandonare i pensieri e vedersi nuovamente tutti al bar, dando il giusto tempo a dovere e piacere.
Noi Marchese abbiamo scelto di salutare l’estate raccontandovi di un’eccellenza marchigiana che ci ha conquistato fin da subito per la sostanza ma anche per il packaging: la Birra Lancetta

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Rinascimento a Tavola: una coccola senza fretta, un tuffo nel passato

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C’era una volta un piccolo mondo antico, in una località chiamata Mondavio, nell’entroterra tra Senigallia e Fano; c’erano le rievocazioni storiche, le ricette delle nonne e i loro astuti metodi di conservazione. C’erano i matrimoni, i battesimi e poi le comunioni, dove il catering non esisteva e la casa veniva trasformata in tante sale accoglienti e profumate. Bibidi bobidi bu.

C’era la piccola Daniela che, non sapendo, s’immergeva nella preziosa storia popolare, che memorizzava i “quanto basta” dal quadernino in cucina, sempre più ricco e sempre più sgualcito. La stessa che poi, più tardi, iniziava a sviluppare una dedizione passionale verso i ricettari storici e lo splendore delle corti locali; e che diventava una delle figure più competenti in fatto di banchetti Rinascimentali, con tutta l’umiltà di chi raggiunge un obbiettivo per convinzione e non per gloria.

Oggi c’è Luca, tecnologo con le mani in pasta, una nuova generazione che si dedica al passato. Sarà stata la travolgente storia di mamma Daniela, o forse un palato interessante e allenato. Complice, di certo, la figura della nonna, unita alla gavetta come cuoco. Probabilmente Luca è il risultato di tutto ciò. Non ci è dato sapere e in fondo poco importa. Importa il fatto che oggi, vicino a mamma Daniela c’è lui, che la aiuta ad ottimizzare le ricette da lei sviluppate e testate una ad una. E che ha ereditato da lei gli stessi occhi, ridenti e genuini.

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Possiamo considerarlo un lieto fine coi fiocchi… e non parliamo di uomini in calzamaglia che salvano fanciulle svenevoli. Il tesoro qui si mangia, si può toccare, è vero ed è fatto di sacrifici e costanza, di amore per il proprio lavoro. Un lieto fine, quindi, ma anche l’inizio di un nuovo entusiasmante capitolo.

Parliamo di Rinascimento a Tavola e della sua anima. E questa è la loro storia.

Quello che mi ha colpito subito della coppia madre-figlio è stato il comune vocabolario utilizzato. La chiacchiera vivace, tipica del marchigiano del nord, me li ha resi simpatici a pelle ma il contenuto, più che lo stile, mi ha stesa.

La qualità trabocca da ogni fase del processo produttivo, il rispetto per i consumatori e per la madre terra produttrice, che è cultura, nutrimento e vita, come diceva il compianto Gino. La smodata ricerca della materia prima perfetta e genuina, dalle farine biologiche quando ancora non erano di moda, allo zafferano di Navelli fino alla Mandorla di Toritto, Presidio Slowfood.

Eccellenza che permea tutte le linee prodotte, dalle ricette ispirate alla tradizione di casa ai salumi tratti dai ricettari del Rinascimento. E se c’è una cosa di cui mi sono convinta subito, è il loro desiderio, che definirei quasi materno, di voler offrire una vera coccola. Perché è di questo che si parla.

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Non si parla solo di ottimi biscotti dolci e salati, né di semplici rievocazioni di ricette storiche. I prodotti di Daniela e Luca sono, in primis, il comfort food rassicurante, da aggiungere al caffè del dopopasto. E’ quel lievitato che scende in gola come un balsamo; è un abbraccio stretto e persistente, che scalda un pomeriggio piovoso; è la carezza di un fratello e la risata complice di un amico. Rinascimento a Tavola è la pausa dalla frenesia, il massaggio che ci si concede prima di cena, che ci insegna a volerci bene davvero; che regala sapori autentici e si allontana dalle dolcezze che ingannano il palato.

Ora, mentre mi concedo una coccola, che oggi prende il nome di Crostatine Sfogliate di Marasche, accendo la radio che suona I don’t know why I love you, but I do. E sprofondo nei magici anni 60, quando c’erano i matrimoni, i battesimi e poi le comunioni, dove il catering lo facevano le donne di famiglia e la casa veniva trasformata in tante sale accoglienti e profumate.

Bibidi bobidi bu.

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La mia fede nella Madonnina

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di Letizia Federici

Questa è la settimana delle passioni e dei colpi di fulmine. Alessandra con la Panna Cotta per il suo Lorenzo, Silvia con la sua dedizione per lo zafferano, Dorina per il succo della pesca Saturnia e Donatella, che intrattiene da anni una relazione con le sue apiNon avevamo programmato fosse così. Ogni tanto ci piace dare un tema alla settimana e creare così un puzzle dei nostri diversi punti di vista sul medesimo argomento, ma stavolta è stato un vento spontaneo a trascinarci. Si vede che l’autunno risveglia i sensi delle Marchese come una seconda e paradossale primavera. E forse non è un caso se proprio questa settimana avevo in programma una cena di piacere e lavoro proprio da lui, Moreno Cedroni.

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La Pesca Saturnia. Spagna vs Marche

di Dorina Palombi.

Sono appena tornata da Valencia, terra di arance, tinto de Verano e Fideuà. Una settimana all’insegna del buon cibo, del sole e della ricerca del vino migliore.
Ma, avendo affittato una casetta in un quartiere di pescatori, anche settimana all’insegna dei giri al mercato.

Mercat de Cabanyal

Dovete sapere che adoro i mercati. Ne amo i profumi, i colori, il vociare delle persone che si consultano per portare a casa il pesce più fresco o il prosciutto più saporito.
Io mi perdo tra di loro e mi sento a casa.

Mercat

C’è però sempre qualcosa che attira la mia attenzione. Può essere ogni genere di alimento, solitamente del luogo: un pimentòn, un queso azul o un jamòn..
Questa volta no.
La mia mente è stata riacciuffata da una pesca.

Era proprio lei, sono sicura. Ne ho subito immaginato la succosità, quella dolcezza succherina (ma non stucchevole) al palato, quella goccia sbarazzina da leccare furtivamente sul labbro o cancellare con la mano.
E la buccia, velluto sulla lingua.
Quello era, nella mia memoria, l’ultimo trascorso amoroso con la Pesca Saturnia, fiore all’occhiello dell’azienda tutta marchigiana, con sede a Civitanova Marche, di Marco Eleuteri.

Pesca Saturnia

Questa però era la rivale spagnola ed ero davvero curiosa di farne un confronto. Ed ecco quindi i 3 punti salienti della disfida della pesca platicarpa:

  1. In Spagna la produzione è davvero superiore rispetto a quella marchigiana, molto più selettiva nella vendita (industria vs artigianato);
  2. Esternamente sembrano molto simili. La pesca spagnola però perde completamente la sfida olfattiva. Ha infatti pochissimo profumo e, nonostante sia zuccherina non vince il confronto con l’aroma della Pesca Saturnia che è decisamente più persistente;
  3. Nonostante il giusto punto di maturazione, il gusto della pesca spagnola non convince appieno. Al palato infatti il grado zuccherino non è invitante  nonostante sia presente. Non è stucchevole, questo è certo, ma non ha un gusto completamente appagante. Si mangia una fetta ma si desidera di più.

Quindi, per tirare le somme, la coltivazione controllata, il clima differente, la minore umidità e il territorio collinare sono punti basilari che rendono la Pesca Saturnia vincitrice assoluta del gusto e del profumo.
Proprio come una donna che ti rapisce al primo incontro con il suo profumo dolce e avvolgente, con la sua pelle di seta e il suo bacio che si fissa indelebile nella memoria.

Nelle Marche, il territorio, non rende belle solo le persone..

Una panna cotta…e vai dove ti porta il cuore.

di Alessandra Petterini

È la mia settimana di ferie, mi alzo, mi dirigo in cucina e posiziono la moka sui fornelli; perché la macchinetta del caffè con le sue cialde è comoda e molto fast, ma vuoi mettere l’aroma della moka che ti cosparge di Buongiorno la casa e l’anima????
Ancora a piedi nudi sul parquet, metto il cd jazz che adoro, prendo in mano il libro che ho iniziato a leggere l’altro ieri, sistemo gli occhiali da vista in viso, mi appoggio il mio caffè accanto e mi distendo serena sul divano…
Poi, il telefono borbotta una notifica…
Una delle Marchese del Gusto ha postato qualcosa…
Incuriosita, leggo:
“Non innamorarti di una donna che legge,
di una donna che sente troppo,
di una donna che scrive.
Non innamorarti di una donna colta, maga, delirante, pazza.
Non innamorarti di una donna che pensa,
che sa di sapere e che, inoltre,
capace di volare,
di una donna che ha fede in se stessa.
Non innamorarti di una donna che ride o piange mentre fa l’amore, che sa trasformare il suo spirito in carne e, ancor di più, di una donna che ama la poesia (sono loro le più pericolose), o di una donna capace di restare mezz’ora davanti a un quadro o che non sa vivere senza la musica.
Non innamorarti di una donna intensa, ludica, lucida, ribelle, irriverente.
Che non ti capiti mai di innamorarti di una donna così.
Perché quando ti innamori di una donna del genere, che rimanga con te oppure no, che ti ami o no, da una donna così, non si torna indietro.
Mai.”
(M. Rivera Garrido)
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Le Marche Sextainable: Pasta Mancini

di Dorina Palombi

I sogni sono come il grano. Devono maturare, hanno il momento giusto per essere colti.
Bisogna avere pazienza, e nell’attesa nutrirli e sudarci sopra.
Proprio come ha fatto Massimo Mancini.
Lui, i suoi sogni, li ha sempre avuti sotto gli occhi.
Perchè quando cresci nelle Marche ovunque ti giri, la bellezza ti sorride e ha mille colori che cambiano a seconda della stagione.
Lui è cresciuto così, tra la bellezza delle colline del fermano e i campi di grano del nonno Mariano prima e di papà Giuseppe dopo.
Così studia, diventa agronomo, lavora nei pastifici degli altri, tra Italia e Estero e continua a imparare..
Intanto sogna le sue colline, il suo grano, la sua pasta.
E così torna a casa.

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Le Marchese in4chettate offrono da bere

di Dorina Palombi

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C’è un passpartout per identificare l’amore per il buon cibo, la convivialità e l’italianità come stile di vita: la forchetta.
Luca Paolorossi
ha pensato proprio a questo oggetto per fondere insieme fashion and food in un emblema del Made in Marche dal design elegante e raffinato: il bracciale 4-chetta

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Un bracciale che racconta la personalità chi lo indossa, grazie ai diversi colori proposti: rosso per animi vulcanici, blu per i sognatori ma anche dorato o nero rutenio per i luxury addicted. C’è solo l’imbarazzo della scelta (o dell’occasione d’uso).

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